Fitbit Alta HR: ottima fitness band, peccato non poterla portare in piscina

Fitbit Alta HR: ottima fitness band, peccato non poterla portare in piscina

Fitbit Alta HR

Il panorama dei braccialetti per il monitoraggio delle attività fisiche quotidiane è molto ampio al giorno d’oggi: il colosso degli orologi sportivi GPS Garmin offre una sua gamma articolata, Xiaomi Mi Band II è la scelta preferita dai nerd e da chi cerca una soluzione low cost, molti tra gli early adopter indossano ancora un Jawbone, sebbene ormai l’azienda sia in liquidazione. Il nome che tutti conoscono è quello di FitBit, che assieme alla liquidata Jawbone è stato uno dei marchi che hanno aperto il mercato delle fitness band.

Fitbit, tra alti e bassi, è certamente quello che ha conquistato maggiormente l’immaginario collettivo, tanto da essere utilizzato come sinonimo stesso della categoria di prodotti, come avveniva con TomTom al picco di successo dei navigatori satellitari GPS per auto. Flex è il prodotto che per primo è finito al polso di molti, ma negli anni Fitbit ha differenziato la sua offerta per venire incontro alle esigenze di una più ampia porzione di pubblico. Alta HR è una delle ultime proposte e la protagonista della recensione di oggi. Recensione che arriva a qualche mese dal lancio e che si basa su un utilizzo praticamente ininterrotto della fitness band da quel momento, innestandosi su un’esperienza d’uso dei prodotti Fitbit che già aveva visto al mio polso Flex, Charge HR, Surge, Blaze e Charge 2.

I primi tre sono i prodotti che forse hanno più contribuito alla fama di Fitbit, nel bene e nel male. Nel bene per la precisione del rilevamento delle attività quotidiane e soprattutto del sonno, nel male per i ripetuti problemi che hanno afflitto i braccialetti di questi prodotti, il vero e proprio punto debole di questi dispositivi, tale da portare per diversi utenti alla sostituzione di due o più unità già nel corso della garanzia. Un punto debole che dalla seconda generazione di Charge e anche su questo Alta HR è stato finalmente risolto adottando un braccialetto intercambiabile, più solido nel punto di maggiore flessione e soprattutto che non costringe a cambiare tutto l’apparecchio in caso di problemi. Questo è uno dei punti a favore di questo Alta HR, che permette anche di cambiare l’aspetto del braccialetto in pochi istanti (il meccanismo è ben studiato, veloce nello sgancio e nell’aggancio, ma molto solido e privo di aperture accidentali) potendo contare su una ampia gamma di colori. Per questa recensione, ad esempio, ho deciso di abbandonare il solito nero d’ordinanza a favore di un più sbarazzino braccialetto color corallo (perfettamente abbinabile alle mie calze in livrea ‘salmone’). Rispetto alla versione senza il rilevatore di battito cardiaco, il braccialetto di Alta HR offre un sistema di chiusura a fibbia, con anello di ritenzione dentato, che blocca in modo saldo la porzione di cinturino sporgente. In questo modo sono ridotte a zero le aperture accidentali (come invece accadeva spesso sul primo Flex) ed è possibile stringere il cinturino per favorire la rilevazione del sensore a LED per il monitoraggio più preciso del battito cardiaco durante l’attività fisica.

Chi ha letto i miei articoli sul tema ‘fitness band’ me lo avrà già sentito dire diverse volte, lo ripeterò per l’ennesima volta per tutti gli altri: proprio la rilevazione del battito cardiaco è una delle funzioni più interessanti dei braccialetti smart. Non solo permette al dispositivo e all’app di essere più precisi nella rilevazione delle fasi del sonno, ma offre un parametro molto importante per avere indizi chiari e di facile consultazione sul proprio stato di salute. Il parametro dei battiti cardiaci a riposo è infatti un indice molto preciso sullo stato di salute e di stress, salendo in modo repentino nei momenti in cui il nostro corpo non è in perfette condizioni e trovando un plateau verso il basso quando invece le nostre condizioni fisiche si avvicinano alla perfezione. Anche in situazioni in cui ci sembra di stare bene, un’improvvisa impennata del numero di battiti a riposo può rappresentare una spia importante per capire in anticipo se abbiamo esagerato con lo stress o se c’è qualche malanno che cova e contro cui il nostro sistema immunitario ha già cominciato a lottare.

Integrare il rilevatore del battito cardiaco in un prodotto sottile è stata probabilmente una sfida per Fitbit: risultando il sensore vicino al bordo è quasi impossibile schermarlo dalla luce esterna e anche la posizione al polso del dispositivo è più ‘ballerina’ rispetto a quella che si può ottenere con prodotti e cinturini più larghi. La rilevazione del battito cardiaco resta precisa sul lungo periodo della giornata per il dato dei battiti a riposo, mentre è sembrata essere meno precisa in fase istantanea durante l’attività fisica. Messa a confronto con quella di un orologio GPS sportivo dedicato alla corsa con sensore ottico (nel mio caso un Garmin Forerunner 235) la traccia del battito cardiaco durante un’attività fisica (corsa a ritmo medio, con qualche accelerazione e una pausa a metà strada) di Fitbit Alta HR risulta meno precisa sui battiti istantanei, restituendo letture in alcuni punti decisamente falsate verso l’alto e non rilevando il calo di battiti al momento della pausa, situazione invece ben evidenziata dallo sportwatch, il cui sensore, grazie alle maggiori dimensioni della cassa, aderisce meglio al polso e non risente di interferenze di luce esterna. Fitbit Charge 2 ha dimostrato su questo punto di avere uno scarto quasi nullo con lo sportwatch, rendendo evidente come l’integrazione del sensore su Alta HR sia un po’ al limite. La rilevazione del battito durante l’attività, sebbene meno precisa di quella di altri dispositivi, resta una caratteristica importante per questo dispositivo e aiuta ad avere una stima più precisa delle calorie consumate durante le attività della giornata.

Fitbit Alta HR offre un display di dimensioni sufficienti per mostrare le principali informazioni, con la possibilità di scegliere tra l’orientamento verticale e quello orizzontale. Il rilevatore è privo di pulsanti e per passare da una schermata all’altra è sufficiente un piccolo tocco sul corpo, che viene rilevato dagli accelerometri integrati. La mancanza di un pulsante, presente ad esempio su Charge 2, si fa sentire in alcuni frangenti, soprattutto per chi è abituato all’interfaccia basata su esso: le possibililità di interazione sono infatti minori. Su Charge 2 è possibile far partire manualmente un’attività sportiva, azione che permette anche la registrazione della traccia GPS utilizzando il ricevitore satellitare dello smartphone, oppure attivare gli esercizi guidati di respirazione, funzionalità che su Alta HR mancano. Anche l’interazione con le schermate è ridotta all’osso: si possono fare solo scorrere e non si possono visualizzare maggiori dettagli, come invece avviene sugli altri dispositivi della casa dotati di pulsante. Impossibile poi interagire con le sveglie, attivandole o disattivandole senza passare dall’app.

Un punto dove Alta HR risulta vincente sui fratelli e su parte della concorrenza è certamente l’autonomia: il dato dichiarato è di 7 giorni e quello reale vi si avvicina molto, con una diminuzione della durata della batteria solo con grande utilizzo del display e molta attività fisica, situazione che attiva la rilevazione del battito cardiaco in modalità continua. Quando Alta HR mostra l’avviso di batteria in esaurimento si ha ancora almeno un giorno a disposizione e la ricarica è abbastanza veloce. Nella mia esperienza è bastato ricaricare il dispositivo durante la doccia quotidiana per non vedere mai l’indicatore andare a zero: partendo da una buona carica si riesce in pratica a matenerla con pochi minuti di ricarica al giorno. Con l’indicatore della carica al massimo si può tranquillamente partire per una trasferta di qualche giorno senza dover portare con sé il cavo per la ricarica. Qui apro la pagina polemica su cavo di ricarica: in casa Fitbit ogni modello ne ha uno diverso. La cosa non favorisce gli utenti fedeli al marchio, riempiendogli il cassetto di cavi: per il futuro preferirei che Fitbit adottasse delle soluzioni più omogenee, almeno su modelli di dimensioni comparabili.

Volendo il braccialetto può essere indossato sotto la doccia, ma è forse il momento del giorno in cui i suoi servigi sono meno essenziali e quindi rappresenta un buon momento per la ricarica. Purtroppo non può essere indossato durante le attività fisiche in acqua e questo è il principale difetto di Alta HR: in casa Fitbit l’unico apparecchio che può essere indossato durante il nuoto è Flex 2. Si tratta di un vero peccato, con le sue dimensioni ridotte Alta HR sarebbe stato perfetto (e molto più completo) come rilevatore da usare anche in piscina. Come ho detto nella recensione di Charge 2, meglio seguire il consiglio di Fitbit di non indossarlo in piscina: io l’ho fatto con il mio primo Charge HR, salvo poi trovandomi con umidità all’interno e con l’interruzione del funzionamento. Per la cronaca Charge HR ‘bagnato’ è tornato a funzionare dopo un bel po’ di tempo all’asciutto, ma nel frattempo avevo già cambiato modello. Tra i difetti si segnala anche un display che tende a graffiarsi troppo facilmente.

Nelle scorse recensioni ho sempre sottolineato come l’app abbia rappresentato in questi anni un punto di forza, ma anche un punto debole: molto completa dal punto di vista delle statistiche mostrate e migliorata negli anni sotto il profilo dell’interfaccia, è rimasta per molto tempo decisamente troppo lenta, soprattutto nella fase di sincronizzazione dei dati dal rilevatore. Le ultime versioni hanno invece dimostrato netti passi in avanti sotto questo punto di vista: ora la sincronizzazione richiede pochi secondi ed è possibile vedere sullo smartphone i dati aggiornati senza dover attendere i minuti richiesti un tempo. La rilevazione del sonno è molto precisa, sia per quanto concerne gli orari sia per quello che riguarda l’individuzione delle diverse fasi del sonno. Anche in questo caso l’aggiornamento dell’app avvenuto negli scorsi mesi ha migliorato molto l’esperienza utente e anche la modalità di visualizzazione e revisione delle registrazioni notturne.

Migliorata anche la funzione che mostra automaticamente l’ora alla rotazione del polso, anche se qualche incertezza rimane: per un dispositivo che fa da orologio non essere sempre pronto a mostrare l’ora non è il massimo, anche se Alta HR si comporta meglio dei dispositivi che l’hanno preceduto. Manca la possibilità di fare scorrere le schermate con la gesture della rotazione del polso: ruotadolo si attiva l’ora, ma per vedere i passi compiuti e le altre statistiche è necessario un ‘tap’ sul terminale, mentre sarebbe stata più comoda un’interfaccia ‘senza mani’ basata sulla rotazione del braccio.

In sintesi come va Alta HR? Bene, è piccolo e completo, soffre la mancanza della certificazione subacquea per l’uso durante gli sport acquatici e un rilevatore del battito cardiaco non sempre precisissimo, ma è indossabile in ogni occasione, anche grazie al braccialetto intercambiabile, e ha un’autonomia che permette di lasciare a casa il cavo di ricarica per diversi giorni. Non è regalato, con un prezzo di listino di 149,95€ e uno street price di poco inferiore ai 130€ resta un oggetto molto più costoso delle alternative low cost (Xiaomi Mi Band 2 e altri cinesi) e poco meno costoso di alternative più complete, come lo stesso Charge 2, prodotti della concorrenza e sportwatch entry level.

Font: http://www.hwupgrade.it

MSI GE62 7RE Apache Pro: il notebook gaming con GeForce GTX 1050Ti

MSI GE62 7RE Apache Pro: il notebook gaming con GeForce GTX 1050Ti

Un notebook per il gaming nella tradizione di MSI

Al Computex 2017 di Taipei uno dei temi più battuti dai produttori taiwanesi di componenti per PC è stato quello delle soluzioni per i videogiocatori. Non è stata di certo una sorpresa, in quanto sono anni che il settore del gaming su PC conosce un interesse in crescita con sviluppo e vendite di prodotti sempre più specifici che possano andare incontro alle esigenze dei videogiocatori.

I passi in avanti più netti sono stati indubbiamente quelli registrati dal settore dei sistemi da gioco portatili, grazie ad un aumento della potenza di elaborazione che si è abbinato ad un contenimento delle dimensioni. I notebook gaming sono diventati di fatto equivalenti, quanto a prestazioni velocistiche con giochi, alle proposte desktop basate sulla stessa tipologia di GPU. In questo bisogna riconoscere merito a NVIDIA, che con la famiglia di GPU GeForce GTX 1000 è riuscita a offrire chip video pressoché identici per funzionalità e prestazioni passando da desktop a notebook.

Non sorprende quindi vedere un numero sempre più elevato di videogiocatori appassionati che opta per l’acquisto di un notebook gaming, da utilizzare non solo per intrattenersi ma anche quale strumento di lavoro. Questi PC sono spesso i più potenti presenti sul mercato e proprio per questo motivo possono rappresentare una valida opzione di acquisto anche per quei professionisti che hanno necessità di una potenza di elaborazione lato CPU e GPU superiore alla media.

Tra le aziende che rivestono un ruolo di primo piano nel settore dei notebook gaming non possiamo dimenticare MSI, che crede in modo così marcato nel settore del gaming su PC da aver cambiato alcuni anni fa logo e branding per legarli in modo indissolubile proprio ai videogiocatori. Scelta azzardata quella di puntare tutto su un mercato ricco ma che può essere considerato di nicchia, ma scelta che sino ad oggi si sta rivelando di successo per l’azienda taiwanese.

La gamma di notebook MSI per i videogiocatori comprende una ricca varietà di design e di opzioni per quanto riguarda i componenti: gli scermi variano dai 14 pollici sino ai 17,3 dei sistemi più grandi, con processori Intel della famiglia Core abbinati alle schede video NVIDIA dotati delle GPU GeForce GTX 1000. Nel caso del notebook in prova in queste pagine, modello GE62 7RE Apache, troviamo l’abbinamento tra CPU Intel Core i7-7700HQ, modello quad core con architettura Kaby Lake, e la scheda video GeForce GTX 1050Ti: il tutto è abbinato ad uno schermo da 15,6 pollici di diagonale e risoluzione Full HD di 1920×1080 pixel.

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Sulla carta questo vuole essere un sistema bilanciato, proposto a 1.400€ IVA inclusa nel mercato italiano e capace per questo di offrire prestazioni di valido livello tanto con applicazioni di produttività personale come con i videogiochi. Nella tabella seguente ne abbiamo raccolto le principali caratteristiche tecniche.

 

Modello

MSI GE62 7RE Apache Pro
CPU Intel Core i7-7700HQ
GPU NVIDIA GeForce GTX 1050Ti
chipset Intel HM175
memoria 16GB DDR4-2400 (2x8GB)
schermo 15,6 pollici, 1.920×1.080 pixel, IPS
storage SSD 128GB (M.2)
storage HDD 1TB 7.200rpm
LAN Ethernet Gigabit, Killer E2500
WI-Fi 802.11 ac
Killer E2500
lettore ottico masterizzatore DVD
Bluetooth V.4.2
webcam HD 30fps
lettore memoria SD (XC/HC)
lettore ottico si
HDMI 1, standard 1.4b
Display Port 1 mini-Display Port 1.2
VGA si
USB 1 Type-A 2.0
2 Type-A 3.0
1 Type-C 3.1
dimensioni 383x260x27-29mm
peso 2,4Kg
batteria 51Wh, 6 celle

 

Ingombro e peso sono bilanciati alla diagonale scelta per il display, pari a 15,6 pollici: lo spazio complessivamente a disposizione è sicuramente adeguato, grazie anche all’utilizzo di una tastiera con tastierino numerico laterale. Il peso dichiarato è pari a 2,4Kg, non elevato in assoluto considerando le caratteristiche di questo prodotto, mentre lo spessore varia da un minimo di 27mm a uno massimo di 29mm. Il notebook non è tra i più sottili in assoluto ma non raggiunge i livelli di alcune altre proposte dotate di GPU più potenti che MSI e altre aziende propongono sul mercato. Del resto non ci si può di certo attendere uno spessore da Ultrabook in un PC portatile destinato ai videogiocatori.

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Il notebook MSI GE62 7RE Apache riprende a costruzione tipica dei modelli MSI per gamers: chassis in materiale plastico, con cover dello schermo e superficie della tastiera in alluminio così da avere una finitura qualitativamente più curata nei punti di maggiore contatto. Tutte le porte di connessione sono montate sui lati del prodotto, con il lato sinistro dominato da porta Ethernet, due USB 3.0, una USB Type-C 3.1, uscite video HDMI e mini Display Port oltre ai due connettori mini jack per microfono e cuffie. Sul lato destro troviamo il lettore ottico, un connettore USB 2.0, il connettore per l’alimentatore e il lettore per schede memoria di tipo SD. L’alimentatore ha dimensioni importanti ma mantiene uno spessore abbastanza contenuto vista la potenza di elaborazione del notebook.

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La tastiera è la classica soluzione utilizzata da MSI nei propri notebook gaming, sviluppata in collaborazione con Steelseries: una serie di LED RGB posizionati sotto i tasti permettono di fornire retroilluminazione lasciando all’utente la libertà di selezionare i colori preferiti assieme al pattern di illuminazione e alla sua intensità. I tasti sono disposti ad isola, con un discreto contrasto nella digitazione e una corsa media. Il touchpad ha finitura in alluminio satinato, come la parte superiore dello chassis in corrispondenza della tastiera, con una risposta complessivamente discreta. Visto il target di riferimento di questo prodotto è difficile pensare che il touchpad verrà utilizzato molto spesso, venendo preferito ad un mouse soprattutto pensando all’interazione con i videogiochi.

In considerazione del posizionamento di prezzo di questo sistema e del suo target di riferimento MSI ha scelto di installare una unità SSD da 128 Gbytes di capacità, più che sufficiente per gestire sistema operativo e alcuni dei dati installati, accanto ad un hard disk meccanico da 1 Terabyte di capacità. Quest’ultimo verrà scelto dall’utente per installare la propria libreria di giochi e più in generale per i dati che vogliono essere resi disponibili in locale sul PC. La memoria di sistema è di tipo DDR4-2400 in quantitativo di 16 Gbytes, con due moduli SoDimm che permettono di abilitare la modalità dual channel.

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Il sistema di raffreddamento implementato da MSI in questo notebook prevede due distinte ventole, abbinati a radiatori che sono collegati a CPU e GPU attraverso heatpipes in rame. Il design prevede che il processore Intel Core i7 sia raffreddato da una sola delle ventole, mentre la GPU NVIDIA sia collegata a heatpipes che terminano in corrispondenza di entrambe le ventole. Questo principio di funzionamento permette di ottenere una buona dissipazione termica complessiva, anche se manifesta una certa rumorosità di funzionamento più evidente quando si utilizza al massimo delle possibilità la GPU dedicata.

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Dragon Center è il nome con il quale MSI indica il proprio tool di configurazione software, grazie al quale vengono impostate numerose opzioni accessorie di questo portatile. E’ possibile abilitare le modalità Xboost per USB e Storage, selezionare livelli prestazionali con alcuni preset definiti in fabbrica e intervenire sulla velocità di rotazione delle ventole integrate nel sistema. Da Dragon Center è inoltre possibile configurare la modalità di funzionamento dei LED della tastiera, programmandoli a seconda delle proprie preferenze soggettive, oltre che intervenire sulla frequenza di clock della GPU NVIDIA così da spingersi oltre i valori di default per questo prodotto. La CPU Intel non appartiene alla famiglia K pertanto non permette di modificare in overclock il valore del moltiplicatore di frequenza.

Fonte http://www.hwupgrade.it

GitHub, phishing con trojan per sviluppatori

GitHub, phishing con trojan per sviluppatori

I ricercatori di PaloAlto Networks mettono in guardia gli utenti della popolare piattaforma da una campagna di phishing che potrebbe portare anche alla distruzione dei progetti ospitati

Roma – Le prime segnalazioni risalgono a questo gennaio, quando alcuni utenti GitHub si sono visti recapitare nella propria inbox messaggi simili a quello riportato qui sotto: apparentemente una semplice richiesta di aiuto per un progetto, in realtà dietro questi messaggi realizzati ad hoc si cela una vasta campagna di phishing mirata ai danni degli sviluppatori.

In questi giorni i ricercatori di sicurezza di PaloAlto Networks hanno pubblicato un post sul proprio blog che riporta un’analisi dettagliata dell’attacco, il cui perno è il malware conosciuto con il nome “Dimnie”: inizialmente rilevato nel 2014, questo trojan ha mietuto la maggior parte delle proprie vittime in Russia e grazie alle interessanti doti di evasività di cui può disporre è riuscito a scorrazzare indenne per la Rete sino ai giorni nostri e prendere di mira GitHub.

Visto da fuori, l’attacco presenta le solite caratteristiche comuni alla maggior parte di queste campagne: un messaggio email dal contenuto appositamente creato per fungere da esca (richieste di aiuto per un progetto oppure offerte di lavoro), un allegato in formato compresso con all’interno un file Word contenente una macro che se eseguita lancia una PowerShell per scaricare e iniettare direttamente in RAM l’eseguibile binario.

Una volta eseguito, Dimnie propone un ventaglio di funzionalità interessanti: si va dalla raccolta di credenziali al download di ulteriore malware, passando poi per le sempreverdi attività di keylogging e raccolta screenshot per chiudere con la possibilità di ricevere un comando di autodistruzione dal proprio Command & Control server in caso di necessità.

Il traffico generato in fase di download del malware viene camuffato tramite delle richieste HTTP e DNS a servizi Google le quali potrebbero sembrare innocue, ma dietro cui si nasconde invece un brillante tentativo di mascheramento: i ricercatori di PaloAlto Networks infatti, fanno notare come tale tecnica abbia l’obiettivo di gettare fumo negli occhi degli analisti di sicurezza mostrando delle query DNS senza alcun ulteriore traffico, cosa che però avviene solo in apparenza.

Per quanto riguarda la parte di data exfiltration, i moduli relativi fanno uso di altre richieste HTTP POST fittizie le quali sembrerebbero puntare al popolare servizio di posta di Google, Gmail: come in precedenza però, anche questo è solo un tentativo da parte del malware di far sembrare legittimo il traffico di dati per non destare troppi sospetti.

Al momento non si hanno notizie circa il fatto che la campagna appartenga ad un gruppo di malintenzionati o rientri tra i cosiddetti “trojan di stato”, ma quale che sia l’opzione, i consigli restano i soliti: porre sempre attenzione al mittente dei messaggi email che si ricevono; diffidare dei messaggi ricevuti da sconosciuti che richiedono l’apertura di file compressi e contenenti al proprio interno documenti Word/Excel/PowerPoint; disabilitare l’esecuzione automatica delle macro in Office; mantenere sempre aggiornato il proprio antivirus.

Niccolò Castoldi
ww.puntoinformatico.it

Vault 7, Silicon Valley si difende dalla CIA

Vault 7, Silicon Valley si difende dalla CIA

Le aziende coinvolte nelle rivelazioni di Wikileaks chiariscono di avere a cuore la privacy dei loro clienti. Ma il leak dei documenti dell’intelligence diventa un caso internazionale

Milano – La vicenda Vault 7, l’enorme database di documenti riservati ottenuti da Wikileaks e di cui in settimana è stata rilasciata la prima porzione contenente le prime rivelazioni sugli strumenti che la CIA impiega per spiare a mezzo smartphone e PC i cittadini, sta costringendo aziende e nazioni a chiarire la propria posizione in merito. Così da Silicon Valley arrivano rassicurazioni sul livello di protezione offerto dalle versioni più recenti dei dispositivi e software lì sviluppati, mentre su entrambe le sponde dell’Atlantico si annunciano indagini per chiarire quale sia l’effettiva portata di quanto accaduto.
Iniziamo dalle aziende, come Google ed Apple, che hanno voluto mettere le mani avanti e spiegare ai propri clienti quale sia l’effettivo stato dell’arte della sicurezza dei rispettivi prodotti. Apple, ad esempio, ci ha tenuto a precisare come nei documenti fin qui rilasciati non sia fatta menzione di iOS 10: l’ultima release del suo sistema operativo equipaggia l’80 per cento degli iPhone e degli iPad in circolazione e “le nostre analisi preliminari indicano che molte delle vulnerabilità oggetto del leak sono state già patchate nell’ultima versione di iOS”. Di fatto, quindi, chi abbia aggiornato costantemente il suo telefono o tablet non dovrebbe correre rischi particolari.Discorso simile quello imbastito da Google: “Rivedendo il documento, siamo certi che i nostri update di sicurezza e le protezioni di Chrome e Android mettano già al sicuro da queste vulnerabilità gli utenti” dice un portavoce dell’azienda. Naturalmente, come nel caso di Apple, anche a Mountain View precisano che la sicurezza è un tema in perenne evoluzione e che occore continuare a valutare i contenuti dei documenti di Wikileaks così come proseguire nello sviluppo del proprio software: nè Google e neppure Cupertino affermano di aver messo a disposizinone un sistema operativo a prova di CIA, ma di aver sempre avuto a cuore la privacy dei propri utenti e di continuare a lavorare in questo senso.
Ci sono poi altri aspetti da considerare nella vicenda, come il coinvolgimento esplicito di Linux: era improbabile che il sistema operativo open source per antonomasia non fosse oggetto dell’attenzione della CIA, vista la sua diffusione in ambienti professionali e nell’infrastruttura della Rete, ma dalla Linux Foundation fanno sapere che la natura stessa del kernel del Pinguino permette di arginare questo tipo di minacce con maggiore efficacia. Il CTO della fondazione, Nicko van Someren, spiega che le patch al codice di Linux vengono prodotte in poche ore o al massimo pochi giorni e rilasciate con altrettanta celerità: pertanto, grazie al contributo di migliaia di sviluppatori che scrivono e riscrivono materialmente il codice, anche la maggior parte delle vulnerabilità del Pinguino dovrebbero essere state eliminate. La Foundation offre anche il proprio supporto ad altri progetti open source per aiutarli a irrobustire il loro software.Più attendiste per ora altre aziende coinvolte nel leak: sia Samsung che Microsoft hanno annunciato di stare valutando la portata delle rivelazioni contenute in Vault 7, così da poter stabilire quale sia la linea di condotta da seguire. Quella di Samsung è una delle situazioni più interessanti: si parla di smart TV perennemente in ascolto e trasformate in cimici che spiavano costantemente il soggiorno delle vittime, uno scenario che spinge a suggerire di disabilitare le funzioni di riconoscimento vocale e spegnere completamente le TV e non lasciarle in standby finché questo tipo di vulnerabilità non sia stata risolta. A parziale mitigazione del problema, va chiarito che non si parla in questo caso di exploit da remoto: l’attacco sarebbe possibile solo in locale, collegando una chiavetta USB a una delle porte presenti sullo schermo televisivo in questione. Per quanto attiene i messenger, va anche chiarito che la CIA non avrebbe trovato il modo di farne saltare la cifratura: quello che avviene, in realtà, è che i terminali vengono violati a monte della cifratura stessa, permettendo quindi di intercettare i messaggi prima che vengano codificati per essere spediti.Tutto questo materiale in ogni caso ha trovato conferme solo indirette per ora riguardo la sua veridicità. Com’è ovvio la CIA si rifiuta di commentare la faccenda, visto che il leak danneggia inevitabilmente le tattiche di spionaggio portate avanti dall’agenzia. È molto complesso stabilire quale sia l’effettiva portata delle rivelazioni di Vault 7, sia per quanto attiene l’impoverimento degli strumenti dell’agenzia USA, sia per la portata etica delle tecniche adottate: rispetto alle rivelazioni di Snowden qui si parla di operazioni condotte in modo “ortodosso”, ovvero spionaggio ai danni di paesi terzi e dei loro cittadini, ma è aperto il dibattito sulla riservatezza tenuta in materia di vulnerabilità di software largamente diffuso tra i cittadini, lasciando questi ultimi alla mercè non solo delle spie governative ma pure dei creatori di malware motivati da ragioni economiche.Di Vault 7 continueremo a parlare molto a lungo, visto che il caso sta assumendo anche una dimensione internazionale: la Germania ha già annunciato l’avvio di una indagine per chiarire il ruolo del Consolato USA a Francoforte nella vicenda (nei documenti di Wikileaks viene raccontato che sia quella la centrale da cui parte tutto lo spionaggio condotto all’interno dell’Europa), così come l’FBI ha deciso di indagare su chi abbia passato i documenti a Wikileaks. In Cina e Russia, due delle grandi potenze che da tempo ormai ingaggiano una sorta di guerra fredda digitale con gli USA, non mancano le reazioni: gli organi di stampa vicini ai rispettivi governi non mancano di sottolineare come gli USA portino avanti lo stesso tipo di campagne di cui periodicamente accusano le altre nazioni.

Youtube diventa tv, 40 canali in abbonamento con palinsesto fai da te

Addio tv tradizionale, il palinsesto fai da te e’ sempre piu’ realta’. Dopo Netflix e Amazon, arriva sul mercato anche YouTubeTv, il nuovo servizio della piattaforma di proprieta’ di Google che ha battuto il miliardo di ore di video viste al giorno, 10 volte in piu’ rispetto al 2012. Un potenziale inimmaginabile per la tv tradizionale. La novita’, al momento disponibile solo negli Stati Uniti, comprende l’accesso live e on-demand a 40 canali per un abbonamento di 35 dollari l’anno.

Una mossa pensata soprattutto per i giovanissimi che oramai si sintonizzano solo su smartphone e tablet. «Non c’e’ dubbio che ai millennial piacciono i contenuti televisivi ma non vogliono usufruirne nelle modalita’ tradizionali», ha spiegato Susan Wojcicki, amministratore delegato di YouTube. Il sorpasso sulla tv tradizionale e’ gia’ avvenuto per le generazioni piu’ giovani ed entro il 2020 avverra’ per tutti. e’ stato il rapporto sui media di Ericsson, azienda attraverso cui passa il 40% del traffico ‘mobile’ del pianeta, a fotografare pochi mesi fa il cambio di abitudini. Anche in Italia dove l’offerta on-demand e’ rappresentata – oltre che da Netflix e Amazon Prime Video – anche da Now Tv di Sky, Infinity di Mediaset, Raiplay, Timvision, Vodafone tv. Inoltre, il 20% di chi usa uno smartphone per vedere video comincia a pagare i vari servizi.

E sono proprio i dispostivi mobili a trainare i video. A dimostrazione di come il mondo dei contenuti stia cambiando decisamente pelle la decisione degli Oscar di aprire ai nuovi prodotti dello streaming: Amazon Prime Video ha conquistato tre statuette per Manchester By The Sea e Il Cliente, mentre una quarta e’ andata a Netflix per il documentario The White Helmets. E proprio in questi giorni, al Mobile World Congress di Barcellona, il Ceo di Netflix Reed Hastings ha spiegato che l’azienda si adattera’ a qualsiasi scenario, dalla realta’ virtuale alle lenti a contatto ‘smart’ fino all’Intelligenza artificiale. YouTubeTv – da non confondere con YouTube Red, il servizio in abbonamento per eliminare la pubblicita’ – si basa su internet invece che sul cavo o sul satellite, ed e’ accessibile da ogni dispositivo, anche la smart tv.

Gli abbonati avranno accesso a 40 canali, fra i quali Abc, Cbs, Fx, Freeform, Espn, Fox Sports e Nbc Sports. E potranno aggiungere Showtime e canali dedicati al calcio pagando una ulteriore commissione. Insomma, show, sport, serie tv, film, notizie, cartoni animati ad un prezzo valido per sei account ad abbonamento. Tra i servizi accessori anche la possibilita’ illimitata di registrare ogni contenuto su cloud e di mantenerlo in archivio per nove mesi Oltre a sfidare la tv, la mossa di YouTube ha pure l’obiettivo di agganciare il mercato della pubblicita’ televisiva per trasformare una parte del suo impressionante bacino d’utenza in redditivita’. Google non comunica i suoi dati ma, secondo indiscrezioni, YouTube ha registrato 4 miliardi di dollari di ricavi nel 2014 raggiungendo il ‘break even’.

Fonte www.Dreambox.it

Philips BDM4037UW, monitor da 40 pollici curvo a 749 euro

Philips BDM4037UW, monitor da 40 pollici curvo a 749 euro

Si chiama Brilliance BDM4037UW il nuovo monitor curvo Ultra HD di Philips da ben 40 pollici.

Arriva in Italia al prezzo di 749 euro il nuovo monitor curvo da 40 pollici 4K di Philips, il BDM4037UW. Al centro di questo schermo LCD 16:9 troviamo un pannello di tipo VA con retroilluminazione W-LED. Il pannello VA permette non solo angoli di visione elevati (178°), ma potenzialmente anche un altissimo contrasto (4.000:1).

Ricordiamo che il monitor piatto Philips BDM4065UC, in commercio da diverso tempo, è sempre in cima alle nostre classifiche per il contrasto. Non ci aspettiamo quindi niente di meno dal nuovo monitor.

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Free Opener, apertura e lettura di diversi file in un solo programma

Free Opener, apertura e lettura di diversi file in un solo programma

Free Opener è un programma utilissimo che permette l’apertura di diversi tipi di file pur senza possedere i relativi programmi associati. Questo permette di aprire una grande quantità di file in un unico software che può gestirli tutti. Capita, ad esempio, che vi viene inviato un allegato via mail e il vostro PC non lo riconosce; nella maggior parte dei casi Free Opener può aprirlo senza problemi, oppure avete bisogno di leggere un determinato tipo di file ma non volete installare il programma associato perché sono file con cui trattate raramente. Free Opener sopperirà tranquillamente a queste ed altre situazioni.
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Netflix rilancia il DVD: vuole insidiare Amazon nell’eCommerce?

Netflix rilancia il DVD: vuole insidiare Amazon nell’eCommerce?

Netflix non vuole abbandonare il business delle origini e lancia la app Dvd.com per il noleggio di dischi fisici e Blu ray. Federico Bagnoli Rossi (FAPAV): ‘Bene Netflix che rilancia il supporto fisico, un’offerta ampia e diversificata è fondamentale per il contrasto alla pirateria audiovisiva’. Lorenzo Ferrari Ardicini (UNIVIDEO): ‘Il rinnovato interesse di Netflix nei confronti del supporto fisico è la conferma di quanto continui ad essere determinante per l’intero comparto dell’Home Entertainment’.
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